Intuizione e creatività: la disuguaglianza metodica

Definizione di intuizione e di creatività

Comprendere come opera l’intuizione permette di riconoscerla al nostro interno senza ostacolarla, o per lo meno venendo a patti con essa, se si ha paura di accedere, tramite essa, a territori troppo strani e inquietanti.

Innanzitutto cerchiamo di capire a cosa si fa riferimento con questo termine.

L’intuizione è quella facoltà della mente che opera come un radar, trattando a livello inconscio (inteso come soglia al di sotto della mente consapevole) una marea di dati non solo cognitivi, ma soprattutto sensoriali e percettivi, elaborandoli e assemblandoli al fine di individuare schemi interpretativi utili all’adattamento (bisogno) o alla conoscenza (curiosità).

È una forma di intelligenza che si nota maggiormente nelle situazioni complesse e nuove, ma non è, sostanzialmente, diversa da quella che lavora in modo più consapevole, definendo il territorio di indagine, saggiando i pro e i contro, elaborando ragionamenti, scartando ipotesi non corrette, al fine di risolvere problemi. Soltanto che tutto il processo avviene in modo inconsapevole, in quanto se venisse portato totalmente a livello di consapevolezza, la complessità delle funzioni usate contemporaneamente dalla mente ostacolerebbe il funzionamento del processo stesso. Però se la personalità è chiamata a spiegare i punti salienti del processo mentale che l’hanno condotta in una certa direzione tramite l’intuizione, di solito è in grado di farlo.

L’intelligenza intuitiva agisce anche in tutti quei comportamenti adattivi, quali ad esempio quello di guidare un auto, che possiamo realizzare al meglio se le numerose attività percettive, sensoriali e motorie che vengono utilizzate contemporaneamente restano al di sotto della soglia di attenzione consapevole, in quanto il pensiero logico-formale usato in questo contesto avrebbe, come effetto immediato, un rallentamento o addirittura un blocco del comportamento stesso.

La prima definizione di intuizione, pertanto, si riferisce a quella capacità che ci permette di “individuare, apprendere e utilizzare inconsciamente complessi patterns informativi che l’accurata analisi conscia non può, in condizioni favorevoli, nemmeno vedere, tanto meno registrare e ricordare.” (1)

Questa forma di intelligenza, molto più resistente delle facoltà logico-formali di fronte ad eventuali fattori di stress, se non viene ostacolata permette alla personalità di attingere all’intricata mole di dati ambientali, riconoscendo nell’esperienza concreta impercettibili schemi, mappe, o modelli, e di servirsene per sviluppare azioni più efficaci. Quindi l’intuizione opera spesso a un livello molto concreto, sensoriale e percettivo, sostenendo l’adattamento tramite la ricerca della risposta più favorevole, riducendo l’incertezza e il caos, individuando modelli di comportamento utili da usare come guida per le azioni future.

La maggior parte del processo di apprendimento in cui siamo costantemente immersi non è di natura formale, ma intuitiva: è un know how (= sapere come) che procede sviluppando competenze cognitive e pratiche in modo ampiamente inconsapevole rispetto ai procedimenti logici adottati, a causa della complessità e della velocità dei processi di analisi del reale implicati. Con questo termine know how ci si riferisce proprio a quel vastissimo patrimonio di abilità pratiche e conoscenze teoriche inestricabilmente fuse insieme, come risultato dell’esperienza adattiva intelligente. E questa capacità permane per tutta la vita.

I processi mentali che appartengono al movimento dell’intelligenza intuitiva, come si è già detto, non sono sostanzialmente diversi dalle capacità normalmente associate all’intelligenza: osservazione e definizione dell’ambiente, il che significa osservazione dei problemi, dei pericoli, delle contraddizioni ma anche delle opportunità presenti, nel tentativo di elaborare delle soluzioni più vantaggiose.

Esiste, tuttavia, un’altra forma di intuizione, strettamente legata al processo creativo, che funziona in modo completamente altro dal processo sopra descritto. Usando la descrizione molto sintetica e chiara di Rita Levi Montalcini, che nel 1986 vinse il premio Nobel per la medicina, si tratta di quella strana capacità per cui “Uno riflette per un pezzo su una cosa … Poi di colpo, in un lampo, il problema si chiarisce e si vede la risposta” (2)

In questo processo l’intelligenza focalizzata e consapevole entra in un rapporto estremamente fecondo con la capacità di reggere tutte le contraddizioni presenti nel campo di coscienza senza forzare una soluzione prematura. Questa capacità di reggere lo stress dato dall’incertezza e dalla contraddizione va, in un certo senso, coltivato in quanto, come ha scritto, ad esempio, l’etologo Konrad Lorenz: “Questo apparato che intuisce … opera in maniera assai misteriosa, perché in un certo modo tiene a galla tutti i fatti noti aspettando che vadano al loro posto come pezzi di un rompicapo. E se si esercita pressione … non si ottiene niente. Bisogna esercitare una sorta di misteriosa pressione, poi stare quieti e, di colpo, tac!, arriva la soluzione.”(3)

Ciò che sorprende chi vive questo processo creativo è innanzitutto la bellezza, la semplicità e la forza dell’idea o dell’immagine ricevuta, tramite un procedimento che, in questa fase, non ha nulla di volontario, ma costituisce solo una forma di ‘ricezione’. (4)

In sostanza il processo creativo, per avere luogo, necessita di due fasi:

  • solo la prima fase è intenzionale, in quanto parte da una situazione vissuta come problematica, incomprensibile, contraddittoria, e per questo la mente sviscera fino in fondo tutte le possibili contraddizioni, mettendo a fuoco in modo dettagliato ogni più piccolo aspetto del problema;
  • quando il problema è stato sufficientemente incubato (analizzato, sviscerato) e si riconosce di essere arrivati al limite del processo razionale che appartiene alla mente logica conosciuta, deve avvenire una specie di “resa”, in quanto la mente conscia riconosce come vano (fuori dalla sua portata) il tentativo di imporre il suo ordine alla situazione (alla problematica) così come appare e lascia esistere il problema (accetta il caos, il suo limite).

A quel punto è il problema che svela se stesso tramite una nuova visione. Qualcosa di nuovo ha veramente avuto accesso nella conoscenza delle leggi che reggono il mondo.

Le testimonianze di tale esperienza quasi mistica provenienti non solo da parte del mondo artistico, da cui quasi ce le aspettiamo, ma in modo sorprendente anche da parte del mondo scientifico, sono così numerose da essere imponenti nella loro coerenza: “l’immagine feconda e risolutiva è preceduta da un intenso lavoro del cervello: la teoria della gravitazione può nascere solo quando la metaforica mela cade su una mente preparata, e solo quando è giunto a un livello di soglia il processo può sfociare nell’insight conscio.” (5) In questa descrizione del processo creativo resta del tutto non prevedibile sia la natura che il modo di verificarsi dell’eventuale intuizione o illuminazione, come pure la durata dello stato di apparente inattività della mente e di elaborazione inconsapevole, entrambi stadi necessari prima che nasca una nuova teoria o un’opera d’arte.

Quindi l’intuizione è solo il primo passo per accedere alla creatività. L’intuizione è quella funzione mentale che coglie i problemi, nel senso che individua immediatamente i dati rilevanti e i dati contraddittori presenti nell’ambiente, che ci segnala la pista più utile in mezzo all’enorme mole di dati sensoriali e percettivi presenti nel campo problematico con il quale stiamo interagendo, sia esso districarci nel traffico o risolvere un’equazione matematica.

Ma il completamento del processo creativo necessita di un periodo di incubazione e di semplice contemplazione fino a che qualcosa di totalmente imprevisto accade e il problema si svela.

Le capacità inventive nella grafologia morettiana

L’intuizione, come abbiamo visto, si avvale della capacità dell’intelligenza di:

  • osservare in modo preciso tutte le più piccole ma significative variazioni che avvengono nell’ambiente;
  • combinare le variazioni in modo da cogliere gli schemi significativi utili dal punto di vista interpretativo o adattivo presenti nella situazione di riferimento.

Questa capacità si regge su un semplice assunto: tutte le manifestazioni della vita, pur essendo legate all’unicità, e quindi alla diversità (e questo è vero sia che stiamo parlando di due gocce di pioggia o di due accadimenti nella vita apparentemente molto simili), non sono interpretabili isolatamente, ma traggono il loro preciso significato dal contesto di appartenenza. Inoltre accadimenti apparentemente diversi possono rispondere a stessi criteri interpretativi.

La capacità della personalità di collegarsi al movimento creativo richiede, quindi, la capacità di esprimere al suo interno i due movimenti sopra specificati: riconoscere le variazioni continue che appartengono alla vita, entrando in risonanza spontanea con esse, come punto di partenza per arrivare successivamente a cogliere le strutture, le leggi, i grandi principi interpretativi che reggono la vita, in quanto nel mondo, pur di fronte ad una imponente manifestazione di unicità totalmente definite nella loro identità, esiste anche una dimostrazione altrettanto imponente di coesione armonica delle unicità.

Questa comprensione intuitiva delle leggi connesse con la creatività ha portato Moretti a elaborare il segno grafologico “Disuguale metodicamente” come indice di originalità della personalità, che richiede, come requisiti di avveramento, entrambe le due caratteristiche:

  1. la variazione continua della scrittura, come indice della capacità della personalità di collegarsi all’unicità presente nella vita;
  2. il concetto di ritmo, qui definito come “metodo”, come indice della capacità della personalità di collegare e interpretare le variazioni cogliendo gli schemi di riferimento sottostanti.
  • Fig. 1 – Scrittura di Newton che presenta in alto grado i due requisiti di disuguaglianza e di metodicità nella variazione grafica
    Scrittura: Isaac Newton

In un certo senso, dato che l’unicità appartiene alla vita, non vi può essere scrittura che non presenti una qualche disuguaglianza, in quanto non vi può essere nella vita, e soprattutto nell’uomo, qualcosa che escluda l’unicità, e quindi l’originalità; nello stesso tempo è ben difficile che non esista un minimo di metodo, cioè di capacità di elaborare semplici nozioni e strutturarle secondo schemi di apprendimento e di interpretazione del mondo circostante, altrimenti ci troveremmo di fronte ad una personalità totalmente frammentata.

Ciò che viene sottoposto a valutazione sono le seguenti caratteristiche grafologiche e psicologiche: l’intensità della capacità di variazione, la sua diffusione e la sua metodicità, che originano i segni “Disuguale metodicamente” e “Disuguale senza metodo”.

  • Fig. 2 – Esempio di variazione metodica ma non diffusa (presenza del segno Disuguale metodicamente a sprazzi)
    Scrittura: variazione metodica non diffusa
  • Fig. 3 – Esempio di variazione diffusa ma non metodica (“Disuguale senza metodo”)
    Scrittura: variazione diffusa non metodica

Quando la disuguaglianza è molto contenuta fino a dare l’impressione di una scrittura priva di variazioni, si entra nell’intelligenza non originale ma tendente alla tecnica (segno grafologico “Uguale”), cioè all’applicazione impersonale di regole trasmesse, senza il filtro delle interpretazioni creative dell’io, il che in certe situazioni può essere anche un vantaggio.

  • Fig. 4 – Scrittura tendente all’Uguale (prevalente omogeneità nel calibro)
    Scrittura: tendende all’uguale

Note

  1. Guy Claxon, Il cervello lepre e la mente tartaruga, 1998 Mondadori Milano, p. 29
  2. op. cit., p. 61
  3. op. cit., p. 62
  4. Molto interessante, ad esempio, il volume di D. Antiseri, Epistemologia e didattica delle scienze, 1977 Armando, Roma, sulla genesi della scoperta scientifica. Partendo dell’assunto di Popper, per cui non esiste nessun metodo logico per avere nuove idee (cioè idee creative), Antiseri scrive: “ogni scoperta contiene un “elemento irrazionale” o “un’intuizione creativa” nel senso di Bergson. In modo analogo, Einstein parla della “ricerca di quelle leggi altamente universali … dalle quali possiamo ottenere un’immagine del mondo grazie alla pura deduzione. Non esiste alcuna via logica, egli dice, che conduca a queste .. leggi. Esse possono essere raggiunte soltanto tramite l’intuizione, basata su un alcunché che possiamo chiamare immedesimazione cogli oggetti d’esperienza.” (p. 122)
  5. Guy Claxon, op. cit., p. 72