I due volti dell’anima – Conferenza

Questo quadro di Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, ci narra l’esperienza di un uomo che incontra il femminile. Appare chiaro che non si tratta di un’esperienza romantica, perché l’uomo non è preso da sentimenti di passione, ma è l’intensità dello sguardo che i due poggiano uno sull’altro che colpisce. La scelta di questa immagine è dovuta proprio a questa particolare descrizione dell’incontro con il femminile per l’uomo. Questo femminile, rappresentato dalla sfinge, l’uomo se lo trova addosso, non l’ha cercato, ed è un’esperienza che nella sua intensità quasi lo inchioda ad un muro. L’energia femminile appare all’uomo in modo duplice: c’è una parte istintuale rappresentata dal corpo dell’animale, le cui zampe possenti poggiano sulla zona sessuale, e l’altra parte, rappresentata tramite un volto e le ali, simboleggia l’accesso ad una dimensione altra, una dimensione spirituale. Sono da notare anche le zampe anteriori, altrettanto possenti di quelle posteriori, che poggiano, però, questa volta vicino al cuore. È quindi una visione duplice del modo in cui l’uomo si sente agganciato dal femminile, che sottolinea la concretezza del corpo e dell’istinto, ma anche l’aggancio a livello psicologico.

La nostra ricerca è maggiormente rivolta al piano psicologico per una serie di interessi personali. Io, ad esempio, tramite la grafologia faccio analisi di personalità, quindi siamo totalmente sul piano psicologico. Però uno dei concetti che è alla base di questa ricerca sulla dualità maschile-femminile è che vi è una unità totale tra i tre piani, anche se ovviamente c’è una diversità di manifestazione se queste realtà si presentano a livello spirituale, psichico o fisico. Ma il principio che informa i tre piani è assolutamente lo stesso.

Ad esempio se parliamo di tentazione è difficile distinguere se questa tematica del femminile che tenta il maschile appartiene alla religione, o è invece una tematica psicologica, e che cosa si intende esattamente per “tentazione”, in quale modo la parte femminile tenta il maschile. Infatti, come è noto, non si tratta di una tentazione a livello erotico, ma proprio psicologica: è un invito irresistibile alla conoscenza addirittura del bene e del male.

Vediamo alcuni dei concetti alla base del nostro modo di vedere il mondo, che ci hanno segnato molto più profondamente di quello che crediamo e che a volte dimentichiamo.
La scoperta di Einstein che l’energia non è altro che la massa moltiplicato alla velocità della luce al quadrato ci ha influenzato in modo potente, perché improvvisamente due realtà, che nella storia del pensiero filosofico sembravano negarsi a vicenda, trovano un punto di unità.
Prima ci si chiedeva: come è possibile che lo psichico influenzi la materia? Ed improvvisamente la fisica – quindi la parte più rigorosa delle scienze sperimentali – se ne viene fuori con una dimostrazione che sembra quasi New Age: energia e materia non sono altro che due volti della stessa realtà, perché se è possibile passare dall’una all’altra è chiaro che viene meno completamente l’idea che siano due cose inconciliabili.
Einstein spiega, con parole più semplici possibili, il concetto basilare della sua teoria, cioè non solo che la materia e l’energia si equivalgono, ma anche che piccolissime quantità di massa possono essere trasformate in una immensa quantità di energia. Quindi siamo tornati nel regno quasi dell’Alchimia, della trasformazione magica: la materia che sembrava la parte più inerte, più vile, improvvisamente rivela una potenza enorme. Questo è il nuovo volto della fisica, con tutte le sue implicazioni.

Sono talmente tante le implicazioni della scoperta di Einstein che anche la filosofia se ne è appropriata. Per esempio il famoso filosofo Karl Popper, ha reimpostato la nostra visione del mondo dicendo che a questo punto non ha più senso distinguere il materialismo dall’idealismo o dallo spiritualismo. E se ne è uscito con la famosa frase: “Il materialismo ha superato se stesso”, perché siamo andati al di là di questa divisione culturale che ci ha segnato per secoli; e quando ancora qualcuno usa questa distinzione dicendo di essere materialista o idealista, in realtà fa riferimento a qualcosa che filosoficamente è già superato.
La cosa strana a cui noi assistiamo in questa epoca straordinaria è che esiste un paradosso dato dal fatto che mentre da una parte ogni disciplina diventa sempre più specialistica, perché il sapere è sempre più differenziato, dall’altra parte però nel novecento si è diffusa l’idea dell’interdisciplinarietà del sapere: cioè ci sono dei concetti che passano da una disciplina all’altra, quindi la fisica li passa alla filosofia, la filosofia li passa alla psicologia … Sono delle strutture concettuali basilari che attraversano il nostro modo di vedere il mondo come figli di questa epoca.

Uno dei teorici che amavano porre a confronto le idee della psicologia con quelle della fisica è Jung.
Jung era uno psichiatra con un enorme interesse per la psicologia. Nel corso di decenni di analisi ha accumulato una serie di evidenze psicologiche che l’hanno portato a questa conclusione: psiche e materia sono due aspetti di una stessa realtà. Pur essendo uno psicologo, era anche molto interessato alle nuove scoperte della fisica; quindi discuteva molto con i fisici dell’epoca, per cui c’era un continuo scambio di idee, di concetti rispetto a questa trovata pazzesca del novecento.
Questa convinzione lo portò ad elaborare il concetto di sincronicità, in quanto si era accorto che quando alcuni contenuti psichici erano molto intensi, richiamavano nel paziente delle esperienze sul piano materiale. Ovviamente queste esperienze non si presentavano come relazioni di causa-effetto. Jung postulò, invece, l’esistenza di un campo energetico psichico particolarmente intenso, in grado di attirare a sé qualcosa di significativo per la psiche sul piano materiale, in modo da sostenere la convinzione soggettiva della psiche in merito alla validità del filo che sta seguendo.
Jung era molto sottile in queste cose. Per esempio ricordo di aver letto che gli era venuta una idea molto brillante rispetto ad una particolare problematica, e lui ha provato a verificarla sperimentalmente; con sua grande sorpresa gli arrivavano continue conferme, solo conferme, cioè dieci prove, dieci conferme, venti prove, venti conferme… Alla fine si è messo a ridere perché ha capito che in realtà era lui che in quel momento era talmente preso da questo concetto da attirare solo conferme, perché aveva bisogno di essere rafforzato in questa sua fase psichica. Io credo che tutti abbiamo sperimentato qualche fenomeno di sincronicità nella nostra vita, quando stiamo attraversando qualcosa di intenso ma di difficile da portare avanti, e richiamiamo dal mondo materiale degli eventi che ci sostengono nel procedere in quella direzione.
Quindi anche questo concetto di sincronicità di Jung si basa su un parallelismo strettissimo tra il mondo materiale ed il mondo psichico, visti non come realtà in opposizione, ma al contrario come elementi appartenenti ad un campo unificato che ci permette di passare dall’uno all’altro.

Tornando a quello che ho detto all’inizio, nel parlare del maschile e del femminile oggi diamo uno spazio particolare alla parte fisica sessuata. Questo per evitare di perderci nel mondo troppo vago dello spirito, o nel mondo troppo vago degli ideali della mente e del cuore, perché anche il cuore a volte si perde nelle sue illusioni. Quindi restiamo ancorati ad un concetto basilare degli alchimisti: la materia non è inerte, non è la parte più ottusa del mondo, ma in realtà riflette il suo Creatore. Il concetto “Così sopra come sotto” esprime questa convinzione, che la materia rifletta in qualche modo il piano del Cielo, in modo che l’uomo possa sperimentarlo e trarne una conoscenza che lo aiuti a crescere e a superare le sue illusioni.
È chiaro che definire cosa sia la materia è tutt’altro che semplice. Anche la storia della fisica illustra la difficoltà di questo percorso: si è creduto possibile definire la materia trovando i mattoni che sono alla base del mondo con la scoperta dell’atomo. Questa visione, però, non era abbastanza precisa, per cui si è cominciato a scomporre il nucleo dell’atomo. In questo percorso, la materia ha dimostrato di essere immensamente più misteriosa di quello che si poteva immaginare. Ma non solo, in questo processo di scomposizione continua, la materia ha perso la sua connotazione di concretezza, di solidità, di stabilità, perché i fisici si sono trovati di fronte a qualcosa che era interpretabile, più che altro, come energia. La visione ‘scientifica’ della materia che abbiamo oggi è quella di un mondo basato su enormi distanze all’interno dell’atomo per cui, se vedessimo la realtà, dovremmo vedere un vuoto, mentre chiaramente noi abbiamo la sensazione che il mondo sia molto, molto pieno. Che cos’è, allora, la materia prima?

Quando si parla di maschile e femminile diventa inevitabile allacciarsi a quella ricerca esoterica che appartiene a tutte le religioni, perché in tutte le religioni sono presenti studi sul maschile e sul femminile visti come i due volti dell’Uno.
Anche gli alchimisti avevano messo alla base della loro ricerca questa dualità. In questa immagine noi possiamo vedere l’alchimista che – attraverso rigorosi passaggi mentali – sta cercando di definire il mondo della materia nel suo rapporto con Dio. Il cerchio grande è il simbolo della totalità, vale a dire di Dio, dell’Uno; però il cerchio grande ci ricorda che “Così sopra come sotto”’, cioè che il cerchio piccolo, che rappresenta il nostro nucleo interiore, è contenuto nell’Uno ma non è diverso dall’Uno. Corrisponde a quello che Jung chiamava Sé, che possiamo chiamare Anima, per intendere che stiamo parlando di una totalità psichica, quindi di qualcosa di unitario, che racchiude al suo interno due aspetti, il maschile e il femminile. Da questo nucleo interiore, di natura duale, parte una serie di forme geometriche che simboleggiano il processo di interrogazione del reale messo in atto dall’alchimista per impossessarsi dei principi basilari che reggono il mondo. La materia prima quindi, già nell’alchimia e in tutte le tradizioni esoteriche religiose, è data dal maschile e dal femminile; sulla Terra le due energie si trovano a vivere quella particolare esperienza che è l’incarnazione in corpi sessuati.

Indubbiamente il corpo sessuato ha uno spessore fisico ed emotivo molto denso, in grado di veicolare potenti messaggi che non possono essere ignorati né dalla mente né dal cuore; quindi ci richiama a delle realtà che a volte vorremmo negare.
Quando noi parliamo di sessualità è chiaro che facciamo riferimento a qualcosa di molto misterioso, nonostante l’intera faccenda sia stata studiata da numerosi punti di vista, specialmente nel secolo scorso. Ad esempio la risposta fisica, quella legata all’orgasmo, è stata misurata e quantificata in tutti i suoi aspetti possibili ed immaginabili. Però c’è qualcosa che profondamente ci sfugge, perché c’è qualcosa nel mondo a livello sessuale che non va come dovrebbe andare. Lo stesso progresso tecnologico che ha reso possibile l’aumento della prostituzione, lo sfruttamento delle donne e dei bambini, ci fa vacillare perché non avremmo mai pensato che una rivoluzione sessuale potesse andare in una direzione così violenta, così lesiva di diritti umani ritenuti inviolabili.

Le interpretazioni della sessualità di tipo finalistico-biologico, per cui qualsiasi comportamento sessuale viene visto come meccanismo evolutivo atto a favorire la sopravvivenza del più dotato tramite un procedimento di selezione naturale, sono diventate così ripetitive da diventare anche banali, scontate.
Negli ultimi decenni hanno preso quota gli studi di psicologia che valutano l’influenza degli ormoni sulla psiche: si è visto che anche il cervello è sessuato, e quindi si sono aperti nuovi filoni di ricerca in questa direzione.
E poi c’è la domanda finale, relativa all’interpretazione esoterica – spirituale del perché ci troviamo a vivere come anime incarnate in corpi sessuati.
Quindi si tratta di una problematica estremamente complessa e diversificata, cosa che rende tutt’altro che facile unificare tutti questi aspetti facendo riferimento a principi interpretativi comuni, che siano in grado di spiegare – come richiedeva Jung – sia la mercificazione del sesso che le estasi dei grandi mistici.

Parliamo, ad esempio, delle estasi mistiche di Santa Teresa d’Avila: qui bisogna ammirare la chiesa che, nonostante si sia trovata di fronte ad un linguaggio fortemente connotato di simbolismo sessuale – naturalmente parliamo di un periodo prima di Freud – ritenne l’esperienza di S. Teresa “mistica”, cioè un incontro reale con il divino.
La famosa scultura del Bernini rappresenta in che modo il piano fisico stia segnalando questo incontro: la bocca socchiusa e tutto il corpo indicano l’abbandono a livello fisico, che è lo stesso che accade nell’esperienza dell’apertura sessuale. La cosa interessante, tra l’altro, è che anche nella grafologia di Girolamo Moretti (un frate francescano) esiste un segno che si chiama “Apertura capo a-o”, che è indice della predisposizione all’intenerimento sessuale e all’intenerimento mistico. Anche qui c’è un parallelismo fra apertura sessuale e apertura mistica.

Sempre sul piano del rapporto fra mistica e sesso, qui abbiamo un altro esempio classico: le famose tentazioni di Sant’Antonio, che diversi pittori hanno raffigurato.
Teniamo presente che queste tentazioni, dopo l’avvento di Freud e della psicanalisi, hanno avuto una lettura totalmente diversa da quella del diavolo.
Qui abbiamo un uomo che in nome di Dio, in nome della spiritualità, vuole tagliarsi via la parte femminile che appartiene alla sua totalità psichica; la vuole tagliare via anche a livello fisico, quindi questa parte non deve esistere. Naturalmente ci si chiede se un essere umano può realmente prendere una decisione di questo tipo: l’altra metà della mia anima io la nego, perché ho deciso che non appartiene allo spirito. È chiaro che la parte negata con un potere di attrazione enorme si ripresenta materialmente per rivendicare la sua appartenenza all’uomo. Quindi in questo caso, la donna, il bambino, tutte le rotondità, tutto ciò che ricorda dolcezza e tenerezza, si presentano con una tale intensità di richiamo che l’uomo crede di essere posseduto dal diavolo.

Questo quadro, che rappresenta la stessa problematica, è addirittura struggente, perché rappresenta un uomo che lascia tutto, si rifugia in una grotta, rinuncia veramente ad ogni comodità, ad ogni cosa che la terra può offrirgli proprio per il puro piacere dei sensi; quindi una scarnificazione totale messa in atto da un mistico che sta cercando Dio. Il pittore ha reso con una grande efficacia il senso di svuotamento che ne deriva. Ed ecco che sotto questo vuoto si intravede l’altro volto di Dio, reso tramite un corpo pieno di morbidezza. Quindi di nuovo appare l’altra parte dell’anima che richiama a sé l’uomo con una potenza di attrazione fortissima.

Jung sottolineò più volte questo concetto: la sessualità è ermetica, per questo richiede un’iniziazione, che non equivale a un addomesticamento. Infatti si chiedeva: cosa sarebbe lo spirito se non avesse di fronte un avversario altrettanto valido; e qual è l’avversario altrettanto valido dello spirito, se non il richiamo del sesso? Nella dualità materia-spirito ci troviamo di fronte a due opposti di uguale potenza che si affrontano, e se uno tenta di eliminare l’altro, cioè quello spirituale ed idealistico cerca di eliminare quello istintuale e legato alla materia, questo si alza con tutta la sua potenza di richiamo. Quindi è un conflitto che l’uomo non può semplicemente eliminare con dei giochetti repressivi perché è una lotta per il diritto all’esistenza di un istinto molto potente, comunque divino, che è l’altra faccia di Dio di cui si parlava prima.

La potenza del richiamo sessuale non è sfuggita nei secoli a quanti si sono interrogati sull’uomo, sulle religioni, sulla cultura. Lo stesso Freud aveva molta paura di sollevare le inibizioni sessuali dei pazienti perché si chiedeva: cosa troveremo sotto? Sotto troveremo il caos, la natura più bruta dell’uomo. Infatti per Freud l’inconscio era proprio il serbatoio degli istinti più bassi dell’umanità e quindi sentiva l’importanza di mantenere i freni morali, che lui identificava sotto forma di Super Io.
Diversa era la posizione di Jung che vedeva invece questi due opposti, la sessualità e la moralità, che si affrontano come due forze irriducibili, mentre in realtà si tratta del gioco degli opposti che conduce a Dio.
Diversa ancora era la posizione di altri teorici della psicanalisi, quali Gross e Reich, basata sull’ipotesi che l’aspetto negativo della sessualità fosse dovuto esclusivamente alla repressione messa in atto dalla società, ed era questa la vera causa delle distorsioni caratteriali, da cui derivano poi tutte le problematiche sessuali. Quindi una visione in cui si sottolineava il modo in cui la rigidità educativa diventa repressione muscolare. Molto bella l’aspirazione a questa innocenza sessuale, dove il sesso è buono, basta togliere le inibizioni e avremo una felicità sessuale per tutti. Purtroppo, però, le cose sembrano essere un po’ più complicate.

Ho conosciuto la storia di Otto Gross mentre leggevo una biografia di Jung. La sua personalità mi ha incuriosito subito dal punto di vista grafologico, perché al suo tempo era una grande promessa del movimento psicanalitico; praticamente era considerato un genio, data la sua grande intelligenza, cosa che risulta anche dalla scrittura. Anche lui era preso dal bisogno della sperimentazione sessuale, proprio per portare finalmente questa libertà sessuale nel mondo. Succede, però, che questa libertà sessuale gli prende la mano e gli prende soprattutto la testa. Gross dovunque vada affascina, conquista anche sessualmente, ha una marea di relazioni con varie donne contemporaneamente, da cui nascono anche dei figli. Ad un certo punto quest’uomo comincia a diventare un elemento di fastidio per il movimento psicanalitico, perché va bene la libertà, ma ci deve essere un limite, non può essere che ogni incontro si trasformi in un’orgia. Ricordiamo che i fondatori della psicanalisi erano uomini molto rispettabili; capivano che se non si giocavano la carta della massima rispettabilità tutto il movimento se ne sarebbe andato in fumo. È interessante sapere che ad un certo punto Freud affidò a Jung l’incarico di curare Gross, e Gross accettò di entrare in psicoterapia con Jung. Ma nonostante il fatto che Jung fosse un tipo tosto, ben piantato, succede l’impensabile, cioè è Gross a convincere Jung e non il contrario; infatti a quel punto Jung si permette qualche uscita dal suo matrimonio. Questo mi ha incuriosito sul piano grafologico perché Jung era notoriamente molto radicato, ed invece è stato l’altro ad influenzarlo. Però la fine di Gross non è stata molto allegra: non è riuscito a creare questa meravigliosa sessualità libera, ma anzi è andato completamente fuori di testa, finendo allo sbando e alla pazzia. È chiaro che è stato espulso dal movimento psicanalitico; un peccato, perché era veramente un uomo con qualità notevoli.

Credo che gli uomini possano comprendere, molto meglio delle donne, qual è il pericolo legato al sesso: il taglio della testa. Questo è un tema mitologico ben rappresentato in pittura, che illustra il sentire maschile, perché è sempre arte maschile. A destra il tema è rappresentato nella versione sessuale, in un certo senso più scontata: di fronte alla sessualità l’uomo ha la sensazione che la parte razionale, rappresentata dalla testa, che comunque dovrebbe stare per l’uomo sempre al comando, gli venga tagliata via. E quindi cosa resta? Restano gli istinti, le passioni, le cose su cui c’è meno autocontrollo, e quindi l’uomo si chiede: dove andrò a finire? dove mi porterà tutto questo?
Ma la cosa interessante, secondo me, di questa problematica è che ci sono moltissimi quadri in cui la donna che ha provocato il taglio della testa è rappresentata come una ragazza giovane e bellissima – nel quadro di sinistra addirittura con gli occhi bassi – che non ha nessun atteggiamento provocatorio dal punto di vista sessuale, come avviene invece nell’altra rappresentazione pittorica. Eppure, nonostante non ci sia nessun gioco di provocazione sessuale, è presente comunque un altro uomo che le chiede: rendimi conto del perché tu hai tagliato questa testa. Quindi si tratta di un’esperienza soggettiva maschile molto più complessa, che non è innescata solo dall’erotismo, come dimostrano molti altri quadri di questo genere, altrettanto frequenti di quelli basati sulla provocazione fisica.
La questione di fondo, pertanto, è la seguente: qual è l’aspetto del femminile che provoca il taglio della testa dell’uomo? Se noi guardiamo la tradizione storica religiosa, oltre che la produzione pittorica, appare ben rappresentata la grande paura maschile nei confronti di qualcosa che fa sì che l’uomo perda il controllo razionale su di sé e cada in balia del corpo emotivo.

Per rispettare la complessità psicologica dell’esperienza maschile, il dio Pan, che apparteneva al paganesimo, è rientrato dentro la religione cattolica con un altro nome, perché altrimenti la visione dell’uomo ne sarebbe risultata impoverita. E quindi ecco che l’esperienza legata alla violenza del desiderio sessuale, delle passioni, degli istinti entra con un altro nome, ma rientra con tutto il suo aspetto inquietante. Questa rappresentazione non è l’aspetto rassicurante di Reich che diceva: togliamo le repressioni e saremo tutti felici e contenti, con un sesso giusto, buono e bravo.

Tornando a Jung, quando diceva che lo spirito non si sottomette all’istinto, e l’istinto non si sottomette allo spirito, questo era un suo modo per sottolineare che la nostra esperienza sulla Terra è segnata da una dualità che ci appare spesso come profondamente irriducibile, e che questa è una questione molto profonda che ha a che fare con il nostro Sé. Il Sé è composto di due parti e queste due parti devono trovare un equilibrio armonico al loro interno. Che noi lo chiamiamo maschile-femminile, yin-yang o eros-logos, siamo di fronte al simbolo di un’unione che deve avvenire, a tutti i livelli dell’essere umano, tramite la riconciliazione di due opposti di pari valore.

Questa famosa immagine di yin e yang ha una particolare potenza espressiva nel ricordare l’anelito all’unità degli opposti che è presente all’interno di ciascuno di noi. Il cerchio rappresenta l’Uno, il nostro Sé, al cui interno coesistono due aspetti perfettamente equilibrati, che rappresentano le due correnti energetiche del maschile e del femminile presenti all’interno dell’anima.

Questa visione, però, recentemente si è venuta a scontrare con le scoperte neurologiche nel campo delle differenze di genere, che non ci presentano affatto una versione di noi stessi come esseri umani dotati di due parti equilibrate, ma anzi, esattamente l’opposto.

Tutte le scoperte più significative nel campo delle differenze psicologiche legate al genere risalgono all’ultimo ventennio. Sono, quindi, recentissime e sono state rese possibili grazie alla scoperta di tecnologie non invasive che consentono di osservare il cervello mentre compie diverse funzioni; questo consente di vedere se si accendono in uomini e donne le stesse aree della corteccia o aree diverse. Quindi si va molto a fondo con questi strumenti, non ce la possiamo più contare, nel senso che non si fa più riferimento a ciò che uno pensa o crede di sentire, ma si guarda e si vede la reazione del cervello. La scienza entra con i suoi criteri oggettivi per dire la sua in merito alla questione della differenza sessuale. Indirettamente ci permette anche di chiederci se è vero quello che diceva Reich, che basta togliere le inibizioni e noi saremo tutti felici e contenti, perché è solo la repressione sessuale che causa l’infelicità sessuale.

In realtà la meta della felicità sessuale, che senz’altro resta un obiettivo di grande importanza, da questi studi si presenta un po’ più difficile da raggiungere di come sperava Reich, e con lui tutti i teorici della rivoluzione sessuale. Il primo motivo ha a che fare con il testosterone: non c’è alcun dubbio sul fatto che, sia per gli uomini che per le donne, questo è il carburante chimico che fa funzionare il motore sessuale del cervello. Però, anche se il meccanismo è identico, c’è un enorme differenza a livello di genere nella quantità di testosterone prodotto per mettere in moto il cervello: gli uomini in media ne hanno da dieci a cento volte più delle donne. E già questa semplice scoperta è un po’ scoraggiante, nel senso che viene da pensare se lassù c’è qualcuno che vuole prendersi gioco di noi, perché è un dato oggettivo che ha il sapore di una fregatura sia per gli uomini che per le donne. Se gli uomini ne hanno da dieci a cento volte di più, sarà un po’ difficile che possiamo pretendere un uguale interesse e conseguentemente un’uguale attività sessuale da parte delle donne. D’altra parte, sempre in base agli stessi studi, si vede che la capacità di cogliere e differenziare le emozioni a livello femminile è estremamente superiore a quella messa in atto dagli uomini. C’è una marea di studi in questo campo e tutti sono concordi nel dire che le capacità empatiche sono in genere molto più alte nelle donne che negli uomini. Questo non significa che pescando una qualsiasi donna a caso in un gruppo, e pescando un qualsiasi uomo a caso in un gruppo, la donna necessariamente sarà più emotiva e più empatica dell’uomo; però gli studi condotti su gruppi differenziati in base al genere hanno confermato l’esistenza di questa differenza. Si parla proprio di aree del cervello femminile che si attivano maggiormente per decifrare le emozioni.

L’autrice del libro “Il cervello delle donne”, che cito sopra, specializzata in psichiatria, neurologia e endocrinologia, fa questo divertente paragone: nelle donne le emozioni viaggiano su una superstrada a otto corsie, mentre gli uomini si accontentano di una stradina di campagna; al contrario gli uomini hanno un centro di elaborazione dei pensieri sul sesso grande come un aeroporto internazionale, mentre le donne hanno una pista di atterraggio per aeroplanini.
Quindi esiste una differenziazione netta, che dimostra una maggiore competenza emotiva e una maggiore capacità di decifrare gli stati d’animo nelle persone da una parte, e dall’altra parte una maggiore sensibilizzazione nella sfera del comportamento sessuale.

Questo famoso manifesto non è una presa in giro di Freud, è in generale una presa in giro degli uomini.
Sulla base dei recenti studi di genere, è legittimo affermare che gli uomini, intesi come genere, sono molto più interessati delle donne a sperimentare il sesso in tutti i suoi aspetti; mentre le donne sono maggiormente interessate a sperimentare la dimensione collegata alle emozioni.
Anche in questo caso bisogna ricordare quello che si è già detto prima: dentro ogni gruppo tutti i singoli rappresentano un’eccezione rispetto ai valori medi considerati, per cui l’affermazione non è predittiva rispetto all’individuo considerato singolarmente. È come dire: gli uomini in genere sono più alti delle donne; non c’è alcun dubbio, ma questo non implica che ogni singolo uomo sia più alto di ogni singola donna.

L’interrogativo che ogni tanto ritorna è sempre lo stesso: fino a che punto ci condiziona il piano fisico, perché oggi parliamo di differenze soprattutto ormonali oltre che anatomiche.
Secondo Freud ovviamente sì, l’anatomia era destino; però bisogna dire che lui ragionava su idee che si sono rivelate più che altro sue fantasie. Ad esempio non c’è nessuna donna che abbia il complesso di castrazione o il complesso di inferiorità perché non ha il pene. Questa era proprio l’illusione di un maschile ancora fallocentrico, secondo il quale le donne sono solo una versione inferiore dell’uomo.

Qualche decennio dopo, invece, ha avuto un grande successo la tesi opposta. Tra i principali sostenitori dell’idea che la principale causa delle diversità di genere sia dovuta all’educazione sessista, abbiamo Simone de Beauvoir. Il suo famosissimo libro “Il secondo sesso” ha segnato molto la mia generazione. Il libro ha avuto un grande impatto anche perché questa donna, che era la compagna del filosofo Sartre, in qualche modo incarnava le idee che proclamava: aveva un lavoro che la rendeva autonoma, viveva da sola, rifiutava il matrimonio e tutto quello che ne poteva conseguire, si sentiva libera di fare tutto quello che voleva, esattamente come un uomo (perché quello era comunque il suo metro di riferimento). Se decideva di andare a scalare una montagna, ci andava da sola, cosa non facilissima in quell’epoca per le donne. Lei era convinta che superare i pregiudizi fosse una questione di educazione: una educazione diversa portava una donna a poter fare tutto ciò che voleva. Questo libro ha avuto un grande successo. Tra l’altro non sapevo che fosse stato addirittura messo all’Indice tra i libri proibiti – il Vaticano tutto quello che non gli comoda lo mette fuori. Però rispetto alla narrazione della sua vita lei ha posto in atto una enorme rimozione di tutto ciò che riguardava le sue ferite in quanto donna. Ad esempio, ha dipinto se stessa come una donna che aveva un rapporto paritario, molto all’avanguardia, con Sartre, ed ha nascosto che mentre aveva questo favoloso rapporto, lui a sua volta aveva rapporti con numerose donne che umiliava, trattandole da inferiori, a cui dava ordini, come è stato documentato successivamente. Quando è emerso il fatto che di fronte a questa cosa lei non solo non ha fatto nulla, ma addirittura l’ha celata, è caduto un mito, perché non è questo che noi vogliamo quando pensiamo al femminismo o alla riappropriazione di genere. Non posso pensare che io sono emancipata e contemporaneamente credere che le altre che sono sfruttate siano delle cretine ed io non faccio una mossa in loro difesa, o addirittura faccio finta di credere che il problema non esista.

Gli studi sulle differenze di genere, così come ci vengono presentati – e credo siamo solo agli inizi – sono sempre più sbalorditivi, specialmente quelli che ci raccontano che la differenziazione del cervello in base agli ormoni avviene nel feto a partire dall’ottava settimana. Quindi una differenza che avviene proprio ai primordi della vita umana, quando il problema di un’educazione ‘politically correct‘ è ancora molto lontano. In un certo senso questa notizia mi ha anche un po’ consolato perché io ho avuto due figli, un maschio ed una femmina, e credevo nell’educazione paritaria; ma quando ti trovi un bambino di due anni altamente motivato a collezionare macchinette e poi nasce la bambina e a lei delle macchinette non interessa nulla, secondo gli stereotipi più classici, non sai più cosa pensare, se non che le differenze sono molto più forti di quelle che possiamo creare noi con la nostra educazione. Certamente l’educazione paritaria è importante e deve dare a tutti le stesse opportunità; però come vengono raccolte queste opportunità è una cosa che è molto legata al genere, e credo che i generi devono essere lasciati liberi di scegliere quello che vogliono per loro stessi. Tra l’altro sto leggendo il libro di una canadese, sempre sulle differenze sessuali, che è molto interessante. Lei parla delle enormi opportunità che sono state date alle donne per convincerle ad entrare nel campo scientifico, quindi fisica, ingegneria, matematica, settori verso i quali l’interesse femminile si è sempre rivelato piuttosto tiepido. Si è pensato che questa riluttanza femminile dipendesse dai condizionamenti, quindi si è molto lavorato per superarli – e gli americani in questo bisogna dire che sono eccezionali. Ma il fatto che ha sorpreso i ricercatori è il constatare che, dovunque le donne sono lasciate libere di scegliere quello che vogliono, la percentuale di donne che sceglie ingegneria, fisica, cioè materie fortemente scientifiche, è sempre molto bassa. Mentre nei paesi dove l’educazione scientifica è quasi la speranza di una riscossa economica, come nei paesi dell’est, la percentuale di donne che sceglie ingegneria, fisica o informatica è molto più alta. Appena la donna è lasciata libera di scegliere, preferisce professioni dove possa esercitare la sua competenza sociale. Se è vero che il cervello femminile è abile nel campo delle emozioni, dell’emotività e dell’empatia, è abbastanza ovvio che vengono preferite professioni, come anche la medicina, che pongano a contatto con le persone. Quindi è una differenza di genere che non solo non è in caduta, ma dove c’è maggiore libertà per le donne, libertà anche economica, è addirittura ancora più significativa.

Quindi l’anatomia è destino? Sotto questo aspetto, alcuni dettagli risultano sorprendenti. Ad esempio la scoperta che il corpo calloso, la parte che separa i due emisferi cerebrali, è più spesso nelle donne che negli uomini, quindi la comunicazione fra i due emisferi è più ricca, sembra una ulteriore conferma del fatto che le donne sono meno separative degli uomini.

Un altro campo di studi di estremo interesse per capire le differenze di genere è quello relativo agli ormoni. Questo potrebbe creare un campo di comprensione reale tra uomini e donne perché, al di là di tanti discorsi, solo provando in prima persona che cosa vuol dire avere una dose massiccia di estrogeni, o provando cosa vuol dire avere una dose più alta di testosterone, possiamo veramente capire la nostra esperienza di esseri umani incarnati dal punto di vista sessuale, altrimenti si fa sempre molta, molta fatica. Infatti quelli che hanno fatto questi esperimenti per loro problemi di identità sessuale, sono rimasti molto impressionati davanti alle immediate implicanze psicologiche. Ma non ci sono solo gli estrogeni. Ad esempio sono anche molto interessanti gli studi sull’ossitocina. Io ero rimasta al tempo in cui l’ossitocina era un ormone che si scatenava durante il parto, punto e stop. Non sapevo che in realtà l’ossitocina è un ormone che si scatena in moltissime situazioni nella vita delle donne; addirittura avere i figli in casa, anche se non piccoli, è una condizione sufficiente per la produzione di ossitocina; e quando i figli se ne vanno resta questo vuoto ormonale reale, perché manca l’elemento scatenante. Pare che questo ormone infonda benessere e aumenti anche la fiducia nel prossimo. Quindi è un ormone che agisce prepotentemente a livello psicologico perché se io sono sotto ossitocina mi fido di più della vita e del mondo. Quando si dice che le donne fanno di tutto per evitare il conflitto questo è sempre stato interpretato in modo negativo, come carenza: non hanno il coraggio, hanno paura; mentre in realtà esistono proprio meccanismi ormonali diversi per cui una donna si ferma e vuole capire cosa l’altro sta pensando, e quindi non si arrabbia subito, non solo perché non ha gli ormoni che la fanno arrabbiare subito, ma anche perché ne ha degli altri che le fanno vedere diversamente il mondo.

Quando noi parliamo di energia femminile e di energia maschile stiamo parlando di spinte molto diverse che io ho esemplificato in questo modo per giocare sulla differenza.
L’energia femminile è una energia orientata alla relazione; quindi ricerca una visione che parta dalla sensazione di essere parte di un mondo più vasto ed è interessata a cogliere la rete di relazioni in cui è immersa. L’attenzione è focalizzata a cogliere l’interdipendenza che c’è tra tutti gli elementi che appartengono al mondo, perché il quadro completo lo si può cogliere solo se si abbraccia un sistema più ampio. La stessa unicità, se vista al di fuori del contesto di appartenenza, non acquista nemmeno quel reale spessore che le appartiene.
Mentre dall’altra parte noi abbiamo un maggiore interesse alla valorizzazione dell’unicità, per rispondere alle domande: chi sono io? cosa porto di nuovo nel mondo? Se non definisco me stesso non porto neanche il mio principio creativo, non arrivo neanche a dare il mio reale contributo alla vita.
Quindi sono principi molto diversi, che rispondono anche ad ormoni diversi.

Molti sono gli studi che confermano il fatto che anche il cervello è sessuato. Questo è l’aspetto più lontano dal nostro desiderio di uguaglianza, quello che avremmo voluto lasciare fuori dal discorso delle differenze sessuali, perché sembra minare proprio alla base la possibilità di comprensione tra i generi. Il cervello, che sembrava proprio la cosa che doveva essere uguale, perché su di esso era riposta la nostra speranza di comprensione, in realtà risulta influenzato in modo massiccio a livello ormonale.
Quello che presento ora è uno studio fatto da uno psicologo inglese sull’autismo, non quelle forme gravi totalmente invalidanti a livello mentale, ma quelle forme che si presentano come disturbo della socializzazione, che crea quella incapacità emotiva, empatica, diffusa in certi tipi di uomini che si interessano solo di macchine e di sistemi. Queste persone hanno grandissime capacità per i calcoli, per la matematica, una memoria materiale fortissima, ma una incapacità totale di gestire le relazioni. Questo è un fenomeno così diffuso da essere diventato oggetto di presa in giro sociale. I miei figli mi hanno fatto vedere una serie di telefilm molto divertenti, “The Big Bang Theory”, che stanno avendo un notevole successo in America. La serie presenta un gruppo di ragazzi con QI altissimi, laureati in ingegneria, fisica, astronomia, quindi sanno tutto di questi argomenti, però non riescono a dire due parole con una ragazza. Chi soffre di questo disturbo mostra grande attenzione per i dettagli, capacità spesso straordinarie di astrazione e di calcolo, però poi manca dell’A B C necessario per capire emozioni e sentimenti.

Questo è uno dei suoi studi in cui analizza il ruolo del testosterone nel creare i disturbi autistici. Anche secondo questa ricerca la differenziazione parte a livello fetale: se il feto è sottoposto a dose più alte di testosterone nelle prime settimane di vita, questa condizione creerà con alta probabilità dei disturbi di tipo autistico non solo nei maschi, ma anche nelle femmine che subiscono questi influssi. Sulla base dei suoi studi sulla differenziazione ormonale, Baron-Cohen arriva a formulare l’ipotesi che esistano due tipi di cervello: il cervello sistematico e il cervello empatico; il primo è più frequente nei maschi e il secondo nelle femmine.
Secondo questo autore, l’autismo è dovuto ad una esagerazione di ormoni maschili, una esagerazione tale per cui l’uomo perde l’altra capacità, quella empatica. Quindi una specie di polarizzazione eccessiva, che rende la persona vittima di una specializzazione unilaterale. Questo studioso si chiede anche se possa esistere a livello femminile una cosa analoga, cioè un comportamento patologico dovuto al fatto che le donne diventano eccessivamente empatiche, e perché questo disturbo non è stato ancora classificato. Secondo me questa specializzazione unilaterale eccessiva nelle donne si esprime anche attraverso la depressione: quando le donne continuano a rispondere ai bisogni di tutti, inevitabilmente perdono il collegamento con il loro centro interiore e come conseguenza cadono nella depressione.
Quando uomini e donne si polarizzano eccessivamente, avviene una implosione in entrambi, perché nessuno può andare avanti con una specializzazione così unilaterale.

Senz’altro un eccesso di relazione, un eccesso di empatia, provocano – lo si vede anche a livello grafologico – adattamento impersonale: ascolto Tizio, ascolto Caio, mio marito lo accontento perché vuole questo, i figli li accontento, il mio capo al lavoro lo accontento e accontento anche la mia amica, e accontento anche mia madre perché anche lei ha il diritto di venire riconosciuta …. È chiaro che alla fine diventa un continuo adattamento ai bisogni degli altri, con un oscuramento dell’altro principio che è il principio di unicità, di definizione dell’io, per cui la donna ha la sensazione di uno svuotamento interiore. L’adattamento impersonale, la cessione sono la conseguenza del fatto che io non so neanche più chi sono.
Dall’altra parte c’è la tendenza ad un eccesso di definizione dell’uomo. Questo lo vediamo chiaramente anche a livello sociale: gli uomini elaborano una dettagliata definizione dell’io, e guai a cambiargliela anche di tanto così, perché se cerchi di allargare un pochino quella definizione è come se avessi attaccato l’intero sistema. Quindi attenzione alle proprie regole, difficoltà a staccarsi da queste per espandersi, paura di perdere la definizione e fatica a farsi portare in un movimento di espansione. Chiaramente il movimento di espansione non viene da fuori, viene da dentro, dall’altra parte dell’anima; il mondo glielo sta solo presentando tramite delle spinte esterne che tentano di catturare la sua attenzione.

Questa differenziazione energetica in base ai principi di individuazione e relazione è molto feconda, perché si tratta di due forze che sono alla base della vita, entrambe di una potenza estrema. Nel mondo non c’è nulla che sia perfettamente uguale a qualcos’altro: due gocce di pioggia sono diverse, due fiocchi di neve sono diversi… quindi l’unicità è una realtà di questo mondo fenomenico che non manca mai di stupire, e questo principio pervade l’intero universo. Unicità e differenziazione permettono ad ogni sistema di non entrare nel caos; anche il corpo umano funziona bene finché c’è la massima differenziazione di tutti i sistemi, finché ogni cellula mantiene la sua specializzazione. Però è altrettanto chiaro che c’è un principio di interrelazione che collega tutte le unicità, altrimenti sarebbe comunque il caos. Nel corpo umano, nelle società, nel mondo della natura, tutto è completamente collegato. Per questo è diventata di moda quella frase Zen che dice che il battito delle ali di una farfalla viene avvertito in tutto il mondo, per sottolineare il fatto che non c’è niente che non dia i suoi effetti. Questi due movimenti, individuazione e relazione, sono proprio i principi basilari della vita. Quando noi studiamo la personalità, anche in grafologia, vengono valutate queste due tendenze: la capacità di definizione, perché ci deve essere una certa capacità di definizione, altrimenti quando la scrittura diventa troppo curva, troppo accomodante – naturalmente questa è una problematica femminile – abbiamo la perdita di definizione dell’io; quando le scritture maschili si irrigidiscono, premono, creano stacchi, abbiamo un’eccessiva centratura sull’Io, con la conseguente sensazione di solitudine e di isolamento dalla vita intesa come flusso creativo. Quindi è un gioco di equilibrio tra opposti che viene esaminato anche a livello di personalità, per accedere a una totalità psichica. Questa totalità psichica interiore, intesa come anima, come Sé, è la cosa più difficile da cogliere.

Questo antico simbolo cinese rappresenta l’anima che contiene al suo interno, in equilibrio perfetto, ogni forma di dualità. Parlando di maschile e di femminile, è chiaro che l’anima incarnata non può avere questo equilibrio perfetto, perché gli ormoni non lavorano in questa direzione. Anzi gli ormoni lavorano in modo tale da creare profonde differenze non solo nel corpo ma anche nella psiche, in modo da spingere uomini e donne ad assumere tutta una configurazione particolare e opposta. Il gioco di bianco e nero presente nel simbolo ha proprio questo significato: è una dualità estrema, perché lavora sugli opposti. La cosa molto importante da sottolineare è questa: noi siamo consapevoli a livello numinoso di uno solo di questi due principi, ovviamente del nostro. Per le donne il principio numinoso è quello di relazione; quindi tutto ciò che le colloca all’interno di una relazione è buono per loro. Però se la donna sente delle richieste che vengono dall’altra parte dell’anima, del genere “Adesso fai quello che vuoi tu!”, questo viene vissuto dalla personalità femminile come non accettabile, e la sua prima reazione sarà di rifiuto. Le donne vivono come principio numinoso solo il principio di relazione; l’altro, quello di individuazione, viene vissuto come ombra. Per questo di solito ce lo mostrano gli uomini, e le donne in risposta dicono che gli uomini sono degli egoisti, perché l’altro principio dell’anima appare loro come ombra, perché sono portate a dare ogni valore al principio di relazione, e vogliono ignorare le necessità relative all’unicità della loro anima.
Per gli uomini è la stessa cosa: il loro principio numinoso è il principio di individuazione della loro unicità, perché se noi perdiamo il nostro io cosa ci resta? Solo questo abbiamo sulla Terra. E quindi lo sforzo massimo per gli uomini è quello di definizione di sé. L’altro principio opera come espansione di questo io, perché è chiaro che l’io che si ha a venti anni non è lo stesso che si ha a trenta, o a quaranta; c’è una crescita, un continuo allargamento, si scopre che la nostra unicità è sempre più complessa, sempre più articolata e molto più ricca di quello che pensavamo. Però ogni volta che l’uomo deve allargare i suoi confini, deve anche accettare una rottura provvisoria della definizione raggiunta. Questa esigenza di espansione deve venirgli addosso da fuori, perché lui vede come ombra tutto quello che rompe la sua definizione dell’io, e per questo, inevitabilmente, come primo movimento metterà in atto una risposta di chiusura e di difesa da quello che viene percepito inizialmente come un attacco esterno.

Questi due famosissimi simboli evidenziano l’idea di fondo a cui l’umanità, nella sua ricerca religiosa, è pervenuta: l’anima ha una natura duale. Due opposti più chiari di questi non potrebbero esserci, con un significato però leggermente diverso. Nel simbolo di yin e yang la totalità, data dal cerchio che rappresenta il Sé, è dinamica, perché l’immagine suggerisce che questi opposti sono dati da due forze vitali che si alternano: ognuna arriva alla massima espressione di sé, e poi permette all’altro principio di operare. Dal punto di vista psicologico va detto che l’altro principio, essendo appunto opposto, non può che apparirmi, inizialmente, come ombra; e quindi, dato che non posso viverlo come luminoso, posso solo entrare nella resa.

Perché chiamiamo patriarcali le società che abbiamo sperimentato negli ultimi millenni? Perché la dualità è stata separata ed è stato ritenuto positivo solo uno degli opposti. Il primo elenco è negativo, il secondo è positivo. E’ difficile per noi capire – proprio dal punto di vista della struttura culturale in cui siamo immersi – la filosofia del Tao, perché si basa su una visione in cui ogni opposto occupa metà dello spazio vitale; senz’altro deve operare, ma poi deve essere lasciato all’altro lo spazio di espressione. Per questo, ad esempio, la forza da sola non è una qualità, da sola non è una qualità neanche l’attività, perché è importante saper entrare anche nella resa e permettere all’Universo, o a Dio, di risponderci e capire dove ci sta portando. Noi siamo i figli di questa società patriarcale e facciamo una fatica enorme a capire cosa vuol dire: lascia operare l’altra metà, permetti all’altra metà di venire a te. Per questo è difficile cogliere il significato di questo simbolo di yin e yang.

Il secondo simbolo, quello dei due triangoli intrecciati, è altrettanto sapiente, perché ricorda l’unione fra la Terra e il Cielo presente al nostro interno. Dentro di noi c’è una parte legata al piano della Terra, rappresentata dal triangolo con la base appoggiata verso il basso,che noi chiamiamo energia maschile; questa energia, che punta direttamente verso il Cielo, opera passando dal molteplice all’Uno. Per esempio nella scienza l’umanità riesce a realizzare un passaggio verso l’Uno ogni volta che riesce a unificare una serie di fenomeni collegandoli tramite una sola legge scientifica; per cui dall’apparente molteplicità del mondo fenomenico, l’umanità trae una visione in grado di unificare il piano della Terra portandolo ad una visione superiore. Quindi è un movimento possente che l’umanità sta mettendo in atto come genere, e l’individuo come singolo, visibile nel tempo.
L’altro triangolo, invece, con la base verso l’alto e il vertice che punta direttamente a Terra, rappresenta l’energia del Cielo che si concretizza sul piano della materia, e che è presente sempre, nel qui e ora: in ogni momento, in ogni situazione specifica esiste questa connessione con il mondo spirituale. Tanto il singolo, quanto l’umanità intera non possono prescindere da questo collegamento. Questo significa che, almeno potenzialmente, siamo sempre in contatto con una conoscenza che ha a che fare con quella totalità psichica di cui parlava Jung.

L’esperienza di contatto con un mondo di conoscenza che va ben al di là di quella possibile con strumenti solo umani viene sempre più frequentemente descritta anche dagli scienziati. Sono numerosissimi i resoconti di scoperte scientifiche basate su questa esperienza: ero immerso in un problema senza soluzione, stavo impazzendo, ed improvvisamente, eureka, ho avuto una visione chiara e completa della soluzione. La visione è il risultato del contatto con una sapienza che non è di questo mondo, ma appartiene anche a questo mondo.
L’immagine di questi due triangoli intrecciati in modo indissolubile parla di una realtà di unità con cui non è facile restare in contatto.

È chiaro che l’esperienza psichica che noi viviamo sulla Terra nella maggioranza dei casi non corrisponde a quella rappresentata dai due simboli, per tutti i motivi che abbiamo visto prima, dovuti alla differenziazione sessuale che investe anche il nostro cervello. Noi abbiamo l’esperienza di essere non solo separati, ma anche in uno stato di profonda incomprensione, e la profonda incomprensione fra i generi crea quel dolore reso visibile in questa famosa opera d’arte. C’è un profondo dolore fra uomini e donne per l’impossibilità di comprendersi: questa è la perdita del Paradiso Terrestre, vale a dire dell’Unità della coscienza, o dell’Anima.

Mentre l’anelito è sempre questo, perché non può esserci altro anelito, comunque uno lo dipinga: tornare a questa visione estatica in cui i due principi, poggiando lo sguardo uno sull’altro, vedono nell’altro qualcosa che permette all’Amore di scorrere. Abbiamo iniziato con uno sguardo abbastanza truce dell’uomo sulla donna, e concludiamo con uno sguardo di passione, di non paura.
E’ chiaro che le applicazione del maschile e femminile sono vastissime, nel senso che queste due correnti energetiche ci segnano in ogni campo.