1. Elementi di psicologia analitica

E’ fin troppo chiaro che quando interpretiamo a livello di dinamica interpersonale due scritture, facciamo appello alla grafologia soprattutto per la definizione delle personalità individuali, ma quando passiamo all’interpretazione dinamica delle due scritture, abbiamo bisogno di una preparazione psicologica che ci consenta di fare questo. La grafologia da sola non basta più.

Io penso che Jung a questo proposito abbia molto da insegnare: la sua teoria offre qualcosa di veramente significativo per la formazione umana globale e per la formazione professionale specifica del grafologo. Per questo esamineremo alcuni dei suoi contributi più significativi che rientrano direttamente nel nostro campo operativo.

Tutto ciò che è inconscio è proiettato.

Partiamo da un principio basilare: la necessità dell’autoconoscenza profonda per chi si occupa di psicologia. Questo perché meno differenziata è la psiche a livello conscio, più noi proiettiamo inconsciamente sul nostro prossimo la nostra psicologia personale. Questo succede inevitabilmente, è l’errore più grande e più comune che tutti facciamo spontaneamente: presumere che gli altri agiscano possedendo una psicologia simile alla nostra. E’ risaputo che per l’avaro tutti agiscono per motivi di interesse, l’impulsivo stenta a concepire il ponderato, e sicuramente anche per il grafologo è più facile comprendere, immaginare, chi è più simile a sé, anche se la grafologia è uno strumento che ci sollecita continuamente alla differenziazione psicologica, a concepire una varietà di caratteri, tendenze, motivazioni, e questo ci serve anche per collocare noi stessi, capire che cosa abbiamo in comune e che cosa di diverso. Più io sono consapevole di me stessa, meno corro il rischio di proiettare negli altri le mie paure, le mie riserve o le mie motivazioni.

La capacità che io ho di conoscere me stessa e gli altri in modo oggettivo dipende, quindi, innanzitutto dal mio sviluppo psicologico. Non è possibile fare il passo più lungo della gamba, ricorda spesso Jung, cioè io non posso vedere più di quanto io non sia. In campo psicologico non esistono illuminazioni improvvise. Inoltre la conoscenza psicologica non è un fattore solo intellettuale: ha bisogno di comprensione emotiva, di integrazione graduale nella coscienza, perché abbia un significato.

E’ veramente difficile il compito del grafologo considerato solo nel tentativo di abbracciare il suo campo di indagine: l’infinita varietà delle forme sotto cui compare la personalità individuale.

Le 4 funzioni psichiche

Secondo Jung si possono distinguere nella coscienza un certo numero di funzioni – 4 per la precisione – che costituiscono un sistema di orientamento necessario all’individuo per mettersi in relazione con i dati forniti dal mondo esterno: la sensazione, che ha il compito di registrare i fatti interni ed esterni che arrivano alla coscienza attraverso l’attività sensoriale; il pensiero, atraverso il quale l’individuo stabilisce un ordine logico, razionale; il sentimento, che stabilisce gerarchie di valori, fornendoci importanti informazioni sul valore soggettivo delle esperienze che viviamo mediante i toni affettivi. Per effetto di questa funzione, è impossibile avere qualsiasi percezione senza provare contemporaneamente una certa reazione affettiva, che può restare però anche al di sotto della soglia di consapevolezza. Abbiamo infine l’intuizione, perché “Le cose hanno un passato e hanno un futuro.”, scrive Jung, “Provengono da qualche parte, vanno verso una destinazione e non si può capire da dove provengono e dove sono dirette, ma si può avere una vaga idea o il ‘fiuto’ di questa cosa.” (4) Questa funzione ci permette di vedere dietro gli angoli, di cogliere le possibilità contenute in ciò che è presente, procedendo non con la percezione sensoriale, ma attraverso l’inconscio.

Globalmente considerate, le 4 funzioni psichiche permettono all’Io cosciente di orientarsi nel mondo fenomenico, ma non sono sempre sottoposte al controllo della volontà: hanno una loro esistenza autonoma e possono funzionare in modo involontario, elaborando dei pensieri a noi sgraditi o provando dei sentimenti che noi non vogliamo ammettere, ponendoci improvvisamente di fronte, ad esempio, al prodotto di un processo intellettivo o affettivo che ha avuto luogo a livello inconscio.

Queste funzioni, che dispongono di una loro energia specifica che non può essere eliminata o scambiata con quella di un’altra funzione, non sono sviluppate in modo uguale a livello individuale: ci sono delle preferenze che si manifestano attraverso l’uso prevalente di una o più funzioni a scapito delle altre. Fa parte dell’osservazione comune il constatare che alcune persone preferiscono riflettere sulle cose, altri agiscono soprattutto per mezzo dell’intuizione, un altro possiede un marcato senso di osservazione, e così via. In base alla funzione predominante esistente in ciascuno di noi, Jung assegnò a ciascun individuo il suo genere particolare di psicologia.

Ma l’aspetto più interessante e ricco di implicazioni anche per il nostro discorso sulla compatibilità è il rapporto reciproco in cui stanno queste 4 funzioni. Jung lo rappresenta con la cosiddetta ‘croce delle funzioni’.

  P
(pensiero)
 
S
(sensazione)
IO I
(intuizione)
  S
(sentimento)
 

Questa croce esemplifica il rapporto di opposizione in cui stanno tra loro Pensiero/Sentimento e Sensazione/Intuizione, da cui possiamo trarre una grande quantità di conclusioni di notevole importanza riguardo alla struttura della coscienza di una persona.

Scrive Jung: “convinciamoci che l’uomo non può essere perfetto sotto tutti i riguardi”. (5) In altri termini, esiste un’impossibilità oggettiva nel fatto che queste 4 funzioni possano essere ugualmente sviluppate, e questo vale in modo particolare per le funzioni definite opposte. Per il tipo di pensiero è un problema vivere i propri sentimenti, perché non si possono fare le due cose nello stesso momento, in quanto si ostacolano a vicenda: pensare razionalmente significa esattamente escludere i sentimenti. Nello stesso modo per vivere pienamente i sentimenti è necessario lasciare da parte il pensiero. Lo stesso rapporto di opposizione vale per la Sensazione e l’Intuizione: se si osserva attentamente la realtà esterna così come appare, secondo la funzione di Sensazione, viene meno l’atteggiamento intuitivo che non presta attenzione ai dettagli, in quanto concentrato ad afferrare l’insieme di una situazione. Anche qui il principio di una funzione esclude il principio di quella opposta.

Nella psiche individuale esiste una funzione dominante, che è quella più evoluta, meglio padroneggiata e che utilizziamo più disinvoltamente: essa rappresenta il nostro punto di forza, soprattutto nei momenti di difficoltà psicologica, perché è quella che funziona, dal punto di vista adattivo, nel modo più completo e differenziato. Benché si tenda ad utilizzare in prevalenza la funzione dominante, nel corso della vita è possibile sviluppare adeguatamente anche una seconda funzione o una terza. Ma la quarta funzione, che è quella situata in rapporto di opposizione rispetto alla funzione dominante, rimane largamente inconscia.

Per il principio di opposizione e di esclusione sopra specificato, la funzione inferiore è poco sviluppata, poco differenziata, primitiva, tanto da rappresentare il punto debole della nostra coscienza, da cui irrompe l’inconscio. L’individuo sperimenta la sua funzione inferiore come il suo lato oscuro, arcaico. Quando utilizziamo la funzione superiore siamo civili e ben adattati; di fronte alla funzione inferiore non riusciamo nemmeno a capire che cosa ci sta succedendo, essendo appunto largamente inconscia. Il tipo pensiero, ad esempio, può non sapere se sta provando dei sentimenti e quali. Essendo questi sentimenti, oltre che piuttosto primitivi, fortemente impregnati di emotività e non negoziabili, diventano una ferita aperta che l’individuo cerca di reprimere e di controllare proprio attraverso la sua funzione dominante. Il tipo pensiero ha paura dei suoi sentimenti perché sa che sono realmente pericolosi, in quanto possono creare in lui uno stato di possessione. Lo stesso principio si applica a ciascuna funzione: il tipo sentimento ha paura dei suoi pensieri che provengono dall’inconscio, il tipo intuizione fatica a vedere la realtà esterna, ma poi improvvisamente si sente dominato da certe percezioni che lo investono emotivamente; il tipo sensazione, che ha sempre tutto sotto controllo, cade vittima di intuizioni con sapore di foschi presagi e non sa se provengono dal suo inconscio o dal mondo reale.

A questo punto potremmo chiederci che interesse può avere per il grafologo questa suddivisione. A mio avviso l’interesse nasce innanzitutto dal fatto che, se adeguatamente approfondita, la teoria delle 4 funzioni è in grado di prevedere e di descrivere una grande quantità di comportamenti reali. Il grafologo che si trova a fronteggiare un copioso materiale empirico (tanti segni grafologici) ha bisogno di criteri specifici di orientamento che facilitino una visione complessiva dell’individuo. Questa classificazione è di straordinario interesse anche quando si passa al punto successivo del nostro lavoro, cioè spiegare a qualcun altro il suo modo di essere e di agire. Jung trovava di grande aiuto la possibilità di disporre di criteri oggettivi di questo genere anche nello spiegare, ad esempio, il comportamento della moglie al marito, o viceversa.

Questa classificazione ci richiama, in modo assai significativo, un punto molto importante: non si può essere globalmente evoluti o differenziati, cioè il mio punto di forza contiene anche quello che è la mia debolezza, la mia funzione inferiore. Diventa anche un eccellente esercizio di autoridimensionamento e di autoconsapevolezza, oltre che favorire enormemente la comprensione interpersonale: se ho sposato un intuitivo, ad esempio, non posso pretendere troppo dalla sua funzione di sensazione! Così si afferra assai chiaramente come il concetto stesso di personalità comprenda il nostro punto di forza e sia nello stesso tempo il nostro maggior limite.

Da questa parziale sensazione di incompiutezza nasce anche il problema della compensazione psichica, che secondo Jung è un bisogno della psiche.

Il concetto di totalità psichica

Anche se la personalità è una struttura psichica piuttosto unilaterale, un’ampia parte di essa, largamente inconscia, è in via di continua trasformazione ed evoluzione, non tanto per raggiungere la perfezione, quanto piuttosto la completezza. Secondo Jung nell’individuo è sempre in atto un processo di compensazione che tende a controbilanciare le unilateralità dell’orientamento della coscienza, completando quello che manca per raggiungere la totalità psichica.

Sarebbe un po’ complesso ricostruire come Jung sia arrivato ad elaborare un concetto di inconscio totalmente diverso da quello di Freud: l’unica cosa che hanno in comune è di essere inconsci – nel senso di essere al di fuori della consapevolezza – e di intervenire fortemente nella vita cosciente dell’individuo. Ma mentre Freud postula un inconcio-serbatoio di desideri repressi, frustrazioni passate aventi a che fare prevalentemente con la sessualità, Jung nel suo lavoro analitico vede nell’inconscio all’opera qualcosa di sconcertante: un’intelligenza superiore che interagisce con l’individuo cosciente e lo spinge in una direzione sua propria, soprattutto attraverso il linguaggio dei sogni. L’inconscio sembra possedere una conoscenza del tutto inesplicabile, che si espande molto al di là delle contingenze e possiede una sua direzione, un suo movimento: aspira ad una realizzazione totale, cioè, nel caso dell’essere umano, ad una totale presa di coscienza.

Questa totalità interiore, che Jung chiamò il Sé, pur risiedendo in noi stessi, rappresenta un mistero insondabile che Jung cominciò appena ad esplorare; per lui rimase sempre una entità sconosciuta di profondità e ampiezza sconfinate.

Il punto chiave che a noi interessa applicare è che i processi inconsci stanno in relazione compensatrice con la coscienza e meta della funzione di completamento è l’interezza psichica. L’intero processo di completamento è assai lungo e complesso: limitiamoci ad esaminarlo in rapporto alle 4 funzioni psichiche.

La funzione principale, pur essendo il punto di forza dell’individuo, ad un certo punto può diventare fonte di noia, in quanto comincia ad affievolirsi l’interesse verso il significato che prima forniva. Il passaggio ad un’altra funzione avviene quando ci si accorge che l’attuale modo di vivere è diventato poco vitale, quando si è più o meno stufi di se stessi e delle proprie attività. In questo processo di allargamento la psiche segue uno sviluppo sinusoidale: non si dovrebbe mai saltare direttamente alla funzione inferiore.

Ciò che noi cerchiamo in noi stessi si riflette naturalmente in ciò che facciamo esternamente, nella scelta delle persone che frequentiamo: siamo in una fase di rafforzamento della nostra funzione principale – e quindi cerchiamo persona simili a noi – o siamo alla ricerca di qualcosa di diverso, che ci liberi un po’ da quella noia, da quella prevedibilità di cui ci siamo stancati?

Nella psicologia junghiana non ci sono percorsi fissi obbligati, ogni destino individuale è unico, con problemi unici e rispose che, derivando dall’inconscio, sono assolutamente uniche: Questa è anche un altro aspetto interessantissimo della psicologia analitica di Jung: l’individuo “non si sente preso nella morsa del concetto di ‘normalità’ e ‘adattamento’ dell’analista. Egli segue le sue stesse leggi interiori, ciò che la sua stessa psiche gli dice.” (6) Nessuno può conoscere il destino di un essere umano, eccetto che la parte profonda interiore dell’individuo. Ciò che proviene dal centro della psiche, dal Sé, “è diretto all’individuo nella sua unicità e si riferisce esattamente alla situazione unica in cui si trova.” (7)

Perciò anche quando ci si accosta al problema della compatibilità, è importante ricordare che scelte giuste o sbagliate in assoluto non esistono: esistono tendenze evolutive della psiche in atto e noi non possiamo sapere esattamente in quale direzione stanno andando. Lo possiamo intuire attraverso le scelte affettive che vengono fatte: l’altro che ho scelto a livello inconscio mi dà un’indicazione della direzione verso cui tende la mia corrente di energia psichica.

La tendenza alla completezza della psiche, come si è già detto, non procede, di norma, attraverso l’integrazione della funzione opposta, ma esiste uno sviluppo sinusoidale. E questo è più che ovvio, perché troppa distanza separa due funzioni opposte. A livello di compatibilità matrimoniale, invece, Jung sembra supporre che gli individui tendano a scegliere il tipo opposto, in modo da delegare all’altro l’ingrato compito di affrontare la propria funzione inferiore. E’ una possibilità, a mio avviso, non molto realistica per il motivo indicato sopra a proposito dello sviluppo sinusoidale: troppa distanza crea un eccessivo estraniamento tra le persone, che può provocare anche disprezzo. Bisogna considerare, inoltre, che il legame matrimoniale è venuto rafforzandosi, negli ultimi decenni, su una base di maggiore intimità e complicità tra le persone, tanto a rendere molto frequenti le coppie che si scelgono sulla base della somiglianza.