Papa Paolo VI – Il peso e la responsabilità del potere: la trasformazione grafologica da cardinale a pontefice

Pur essendo tutt’altro che esperta in questioni vaticane sono rimasta assai colpita dalla trasformazione di personalità che presenta Paolo VI osservando l’intervallo temporale di cui dispongo, dal 1944 al 1961, vale a dire due anni prima dell’effettiva elezione a pontefice.

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Nella scrittura del 1944, in un momento veramente difficile dato che siamo in piena guerra mondiale, la personalità del cardinale Montini mostra un’assenza di paura nei confronti della vita, deducibile dalla vivacità e spontaneità espressiva che si autorizza (Slanciata), dall’originalità del pensiero e del sentimento (Disuguale metodicamente sopra media), dalla generosità e liberalità tipiche di chi non ha paura della diversità umana dei caratteri (Larga tra lettere), in un contesto di attenta osservazione della realtà esteriore (Minuta) e di ponderazione lungimirante (Triplice larghezza sopra media). Questa vivacità, che lo collega istintivamente a ciò che la vita gli presenta, fa di lui un uomo oggettivo e realista, perché l’intuito e la ponderazione si sostengono in un gioco di potenziamento reciproco: l’intuito è la facoltà che gli permette di selezionare con immediatezza, nella complessa mole dei dati che la personalità si trova a gestire quotidianamente (perché è un uomo che vede e registra molto di ciò che avviene intorno a lui) gli elementi più importanti di una questione; mentre le facoltà critiche (triplice larghezza equilibrata) gli permettono di collegarli in ampi contesti di riferimento.

Va detto anche che, pur presentando notevoli doti di volontà (Mantiene il rigo, dominanza di Aste rette) è tuttavia un uomo che interroga la sua interiorità, anche nel suo aspetto mutevole (lievi ondeggiamenti sul rigo) e questa sospensione, unitamente ai numerosi momenti di comprensione empatica (risvolti curvi ai vertici inferiori, Sinuosa, Larga tra lettere, qualche asta piegata a destra) lo portano a essere un uomo in contatto con la complessità delle problematiche legate alla condizione umana, con aspetti di curiosità, apertura spontanea, vivacità, immediatezza e originalità che sono chiaramente percepibili, oltre che nella scrittura del 1944, anche nella sua foto giovanile.

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Osservando, invece, la scrittura del 1961 (e le successive, stabilizzatesi su questo modello) la personalità di Paolo VI è profondamente cambiata: qui appare evidente il lavoro che lui ha condotto su se stesso per diventare un uomo totalmente ponderato, al di sopra di ogni passione umana. E dato che questo lavoro era già stato compiuto, possiamo intuire maggiormente le ragioni della scelta che hanno fatto di lui il successore di Giovanni XXIII.

In primo luogo tutta la vivacità di pensiero e di sentimento che lo caratterizzava è stata sottoposta ad un processo quasi di cristallizzazione: qualcosa al suo interno l’ha convinto della necessità di lasciar andare l’aspetto intuitivo più immediato, che porta l’essere umano a collegarsi alla sua unicità più profonda e a sentire il suo diritto di esprimerla, imponendosi invece di amplificare al massimo il movimento legato alla ponderazione equa e impersonale. A questo proposito, oltre al sacrificio di quegli aspetti di sé legati al segno Disuguale metodicamente e al segno Slanciata, si nota l’enorme sforzo di mantenere il segno Larga tra lettere su valori pari a 5-6/10 in modo omogeneo (mentre prima si notava anche qualche restringimento improvviso). Questo significa che la personalità si impone di mantenere l’apertura del giudizio rispetto a tutto ciò che esamina, allontanandosi da simpatie e antipatie personali, perché queste distoglierebbero dall’oggettività.

Oltre al controllo imposto all’espressione della sua unicità, in favore della ricerca di impersonali mentali astratti e di assoluti che siano in grado di rappresentare l’umanità nel suo aspetto collettivo, risultano fortemente ridotte le capacità empatiche: aumentano gli angoli ai vertici inferiori, che indicano l’attrito che sente ora nei confronti di ciò che il mondo gli presenta; si riduce l’oscillazione assiale, e aumentano le aste rette, a indicare che lo sforzo di volontà in direzione della padronanza totale di sé è spinto al massimo grado. Pur non potendo la personalità reprimere del tutto la disuguaglianza metodica, che continua a caratterizzare la sua scrittura su variazioni di calibro più lievi ma continue, questo suo profondo bisogno di originalità viene portato su dimensioni più mentali, sganciate da un contatto più diretto con la vita.

Se dovessimo dare un nome alla passione predominante che spinge la personalità, dovremmo fare appello a tutto ciò che costituisce la ricerca di dominio della parte istintuale ed emotiva, in favore della circospezione (triplice larghezza sopra media), della prudenza, della ‘giustezza’ (come la definiva Moretti, facendo riferimento a quel prerequisito psicologico che porta poi alla giustizia), da una parte; e dall’altra lo strumento con cui esercitava questo bisogno di ‘giustezza’: una notevole, direi quasi implacabile forza di volontà e di imposizione su di sé intesa sia come costanza (Mantiene il rigo), che è quella capacità di procedere mantenendo “i propri sentimenti invariabili nella loro sostanza senza privarli della loro vivacità e ricchezza” (Moretti, Sc, 4-5), sia come inflessibilità nel far sì che il comportamento non si scosti dai principi a cui fa riferimento (Aste rette).

Nel caso di Paolo VI le doti di volontà, date da costanza e inflessibilità, si fondono creando una personalità che, in ogni situazione, “tiene la fronte alta e che attende a pie’ fermo, senza indietreggiare, qualunque contrasto per discriminarlo con l’intelligenza e per lottare e vincere qualunque avversità, sia pure cadendo vittima della sua fermezza.” (Moretti, Att, 74) Teniamo presente, però che questo controllo ferreo su di sé è in direzione dell’oggettività e della ponderazione, in modo che nulla di ciò che appartiene ai suoi gusti personali possa interferire nelle scelte adottate. Indubbiamente non può cancellare del tutto la sua originalità (il Disuguale metodico permane), quindi deve lasciare l’impronta della sua ricerca personale in ogni cosa che affronta; tuttavia questo viene talmente depurato da ogni elemento troppo personalistico, da fare di lui quel personaggio enigmatico rispetto al quale molti si sono chiesti: chi era veramente Paolo VI? Ad esempio, nel documentario “Paolo VI, a forgotten pope”, consultabile nel web a questo indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=li6OPaZLeMo&feature=related, Paolo VI viene descritto come colui che è stato scelto per guidare la Chiesa in un momento difficile perché “è giovanneo, ma senza slanci; è artefice del concilio, ma senza protagonismi; è aperto alle novità, ma con prudenza; è disponibile al dialogo, ma con cautela”. In questo gioco di sponda si ritrova qualcosa di sostanziale della personalità reale; manca però la comprensione del cammino, tutt’altro che facile, che l’ha condotto a sacrificare una parte di sé, l’originalità e la vivacità che evidentemente gli appartenevano, per essere maggiormente oggettivo e quindi potersi dedicare al meglio all’immane compito che l’attendeva: conciliare le molti anime presenti all’interno della Chiesa, dall’estrema destra all’estrema sinistra. E si sa che sono componenti molto più difficili da conciliare rispetto, ad esempio, alla politica, perché, quando si ha a che fare con la religione, ognuno fa appello ai sacri principi e crede, magari con tutta la buona fece possibile, di difendere Dio in persona; e si dimentica con quanta facilità si può essere vittima di proiezioni del tutto personali.

In questo vasto mondo psicologico rappresentato dai credenti cattolici, Paolo VI si propone di mettere in atto l’equità e l’equidistanza, prerequisiti per arrivare alla giustizia, che è l’unica cosa che può placare i tumulti interiori ed esteriori. Questa eccessiva presa di distanza dalla sua parte istintuale l’ha però privato di un’importante risorsa psicologica, indispensabile anche ai ponderati: il collegamento diretto con l’intuizione, la sua, cioè con quel guizzo creativo presente all’interno di ogni uomo che lo collega al suo nucleo interiore in modo unico. Questa voce è stata attutita, forse perché ogni uomo teme che ascoltando troppo se stesso, si arrivi a perdere di vista l’umanità.

Il risultato è che la personalità, privilegiando la ponderazione oggettiva a scapito del suo lato intuitivo ed empatico, ha generato quell’eccessivo distacco che l’ha molto penalizzato nel suo rapporto con la gente. Inoltre il fatto che sia stato un uomo poco incline ad accentrare l’attenzione su di sé in senso personalistico, per questa sua passione predominante legata alla ricerca degli assoluti, ha fatto sì che la complessa gestione del suo pontificato sia stata misconosciuta.

 

(novembre 2011)