Critica e polemica

Esattamente in modo contrario a Darwin, Freud risulta eccezionale, brillante nella polemica e del tutto inadatto alla critica e all’autocritica.

Quando nel 1938, dopo estenuanti trattative condotte a livello internazionale, fu permesso a Freud di lasciare Vienna per espatriare, egli in cambio dovette sottoscrivere una dichiarazione secondo cui era sempre stato trattato bene dalla Gestapo. Freud firmò, ma aggiunse di suo pugno: “Posso vivamente raccomandare la Gestapo a chiunque.” (3) Non occorre specificare che a quel tempo con i nazisti non era il caso di scherzare; inoltre lui era noto come il “fondatore della psicoanalisi giudaica” e le sue quattro sorelle morirono tutte in un campo di concentramento. Eppure i nazisti dovettero incassare la sua battuta, perché anche se sarcastica e pungente nella sostanza, era ineccepibile nella forma. L’intelligenza acuta, se originale come quella di Freud e per di più portata alla psicologia, conferisce alla mente non solo l’abilità e il gusto per l’oratoria polemizzante, ma anche la tendenza a vedere immediatamente la parte vulnerabile in ogni cosa.

Freud vide chiaramente, ad esempio, la falsificazione in senso idealistico operata nell’immagine dell’uomo dalla cultura e dalla religione dell’epoca, e ne svelò le ipocrisie, i falsi moralismi, gli esagerati sentimentalismi, procedendo come lo può fare l’intelligenza acuta, con degli attacchi potenti e unilaterali, in quanto solo in questo modo poteva radicarsi in un ambiente così ostile; l’ha fatto non come un profeta del passato che porta verità scomode, ma come uno scienziato che parla in nome di verità razionali e dimostrate, secondo le esigenze della nostra epoca per cui se una cosa viene fatta passare per ‘scientifica’, allora è giusta.

La sua “scienza”, arditamente unilaterale, creò un fermento culturale incredibile, di cui ancora stiamo raccogliendo i frutti; perché la psicoanalisi gettò le fondamenta dell’odierna psicoterapia, cioè dell’aspirazione – se vogliamo molto idealistica e illuministica – che sia possibile curare con le parole, perché dentro la mente umana, per quanto irrazionale possa sembrare, resta la luce e questa luce può essere raggiunta se capita nel suo linguaggio simbolico e nelle sue ragioni più profonde.

La scoperta di questa parte della psiche umana certo non poteva essere patrimonio di un solo uomo, come voleva Freud per sé. L’eccessivo radicamento in se stesso gli ha impedito, ad esempio, di cogliere tutto ciò che di creativo poteva venire da altri, e di arroccarsi dentro una cittadella in cui solo i suoi ossequiatori potevano entrare. Ovvi limiti dell’intelligenza acuta. Ma se non fosse stato così radicato in se stesso, forse non sarebbe stato in grado di portare delle verità così scomode nel mondo, senza esserne devastato egli stesso.

Ancora della psicoanalisi, per esempio, non si è riconosciuto l’aspetto dirompente di questo messaggio: nessuno progresso reale potrà avvenire finché ogni individuo, ogni coscienza non si riappropria della propria ombra e smette di proiettarla addosso agli altri. Mentre nella nostra vita facciamo appello agli sforzi idealistici, all’entusiasmo, alla coscienza etica, a volte si tralascia la domanda fondamentale: chi sono coloro che propongono le esigenze ideali? Si tratta forse di uomini che cercano in questo modo di difendersi dalla propria ombra?

Quando il male è sempre fuori di noi, ben vengano gli interrogativi di Freud e le sue indagini sulla rimozione e sulla proiezione.