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Sylvia Plath, Camille Claudel, Virginia Woolf

Foto: Sylvia Plath Foto: Camille Claudel Foto: Virginia Woolf

Per molto tempo si è pensato che la meta dell’integrazione delle donne nel mondo del lavoro potesse essere raggiungibile semplicemente attraverso la rimozione degli ostacoli e dei divieti che sono stati frapposti in questo senso nel corso di secoli. Tuttavia, mentre da una parte è sempre più visibile la spinta che la donna subisce per conquistare la sua emancipazione e raggiungere a tutti i livelli un piano di parità con l’uomo, dall’altra si nota anche con altrettanta evidenza il permanere del tipico e tradizionale quadro di disagio psichico femminile, espresso come depressione, ansia, autosvalutazione, infelicità sessuale, diverso da quello maschile, connesso genericamente con la regolazione dell’aggressività e la sua integrazione in un contesto socialmente accettabile. Ciò che non manca di sorprendere è il fatto che anche la donna emancipata, cioè realizzata dal punto di vista sociale ed economico, esprime nei momenti di crisi il suo malessere in modo indipendente dal livello sociale o culturale raggiunto, ma unificato nell’appartenenza di genere.

Per analizzare alcune tipiche problematiche di disagio femminile ho scelto tre figure particolarmente significative: la scultrice Camille Claudel e le scrittrici Sylvia Plath e Virginia Woolf. Tre donne emancipate che, nonostante il loro enorme talento e le opportunità sociali estremamente favorevoli, tali da decretare per loro successo e riconoscimento culturale mentre erano in vita, non riuscirono a sfuggire a quella che abbiamo definito tipica sintomatologia di disagio femminile: ad un certo punto delle loro vite qualcosa interiormente si è spezzato, si sono sentite profondamente infelici e autolesioniste, secondo una tipica ed approvata modalità comportamentale che le ha rese sempre più dipendenti, bisognose di aiuto psicoterapeutico o di sostegno psichiatrico.

L’approccio teorico che seguiremo vuole mettere in luce l’esistenza di specifici problemi che determinano la situazione di disagio e le conseguenti difficoltà di integrazione sociale delle donne. Questa specificità così come appare attualmente, proviene non solo da fattori legati al ruolo, ma nasce da precise differenze di genere, tanto di natura biologica che psicologica. Il misconoscere questa specificità, la spinta verso una parità che, a volte, può significare solo adeguamento ai valori maschili, conduce spesso la donna ad una forma di alienazione  da se stessa.

Al primo posto possiamo includere i problemi connessi con la specificità biologica: non è sufficientemente conosciuto il dato secondo cui tra le donne la fascia d’età più esposta al rischio di disturbi psichiatrici è quella compresa tra i 25 e i 34 anni d’età, il periodo in cui la donna vive l’esperienza della maternità e dell’accudimento dei piccoli. Questa è evidentemente una fase della vita della donna in cui l’esercizio del ruolo diventa massimamente gravoso.

Dal punto di vista culturale va ricordato l’enorme svantaggio psicologico derivante dal fatto che per secoli, nelle società patriarcali, le donne sono state bambine senza madri. “Innumerevoli dipinti e sculture del mondo cristiano raffigurano Madonne in atto di confortare e adorare i loro infanti maschi… Il fiero vincolo d’amore, di continuità e di orgoglio fra la pagana Demetra (la Madre Terra) e sua figlia Persefone (la Kore-fanciulla) non esiste fra le donne della mitologia o della cultura cattolica. Non può esistere. Le madri non hanno né terra né denaro da lasciare alle figlie. Il loro lascito è la capitolazione, tramite la frivolezza o il lavoro servile.” (1) In passato le madri sono state condizionate in molti modi a preferire i figli alle figlie, a dimostrarsi nei confronti di questi più amorevoli nell’allevamento. Inoltre esse hanno sempre intuito la necessità di essere più severe nell’insegnare alle figlie ad essere ‘femminili’ affinché esse potessero apprendere come servire per sopravvivere. Questa necessità storica permette di comprendere come le bambine siano state, e spesso lo siano ancora, letteralmente assetate di affetto e di riconoscimento. La personalità dipendente della donna deriva anche dal non essere stata sufficientemente amata dalla madre.

Veniamo, infine, alla specificità connessa con l’appartenenza di genere. “Si va affermando una visione antropologica più ricca e una più ricca idea di uguaglianza: l’essere umano è due, maschio e femmina, l’uguaglianza è valorizzazione di questa diversità”, si legge nel piano nazionale per le pari opportunità fra gli uomini e le donne nel sistema scolastico italiano 1993-1995. Educare alla scoperta del valore di sé e dell’altro nella differenza sessuale significa educare al riconoscimento della propria identità, e se a livello di principio possiamo essere tutti d’accordo, diventa impresa ardua distinguere quali siano le differenze di genere viste come risorse da proteggere e quali siano invece le differenze di ruolo culturalmente apprese e imposte, fonte cioè di alienazione e di stereotipia nel comportamento individuale.

Tra le differenze di genere attualmente in fase di studio, mi sembrano di estremo interesse quelle che prendono in considerazione le difficoltà che le donne incontrano nel mondo del lavoro e il disagio e l’indecisione che esprimono semplicemente per decidersi ad utilizzare apertamente le proprie capacità, prendere decisioni autonome, superare la propria paura di fronte all’aggressività necessaria semplicemente per rendersi visibili. Ad esempio numerose ricerche sul linguaggio indicano che “Spesso le donne trasformano proposizioni dichiarative in interventi interlocutori mediante formule limitative (‘più o meno’, ‘direi’, ‘magari’) e clausole interrogative (‘E’ un bel film, vero?’). Queste espressioni incerte attenuano l’impatto delle affermazioni e segnalano una mancanza di potere e di influenza.” (2)

Secondo Carol Gilligan, nella sua interessantissima ricerca Etica e formazione della personalità, andrebbe rivista la consueta interpretazione secondo cui le donne hanno paura del potere semplicemente perché condizionate ad essere sottomesse. Accanto a questa interpretazione, le sue ricerche suggeriscono una diversa evoluzione del sentimento femminile, orientato verso la costruzione di rapporti di connessione e di interdipendenza, “dove la consapevolezza del legame esistente tra le persone fa nascere il riconoscimento della reciproca responsabilità, la percezione della necessità di rispondere ai bisogni dell’altro” (3). La psicologia della donna, di cui si è ripetutamente riconosciuta la diversità nel suo essere orientata verso i rapporti e l’interdipendenza, non viene vista solo nell’aspetto negativo di paura della perdita dell’appoggio dei propri simili, ma viene vista come un bisogno, probabilmente legato alla sua specificità biologica, che ordina l’esperienza umana in base a priorità diverse da quelle dell’uomo.

La forza di questa posizione risiede nella capacità di prendersi cura degli altri, la sua debolezza nei limiti che impone all’espressione diretta della sua individualità, dei suoi bisogni, delle sue necessità. La preoccupazione per i sentimenti altrui e la paura di essere avversata impone spesso un’acquiescenza che trasforma il suo bisogno di indipendenza in atteggiamenti masochistici i sacrificio di sé e di recriminazione, esercitando così una forma passiva di aggressione poco soddisfacente per la donna e per chi ne è oggetto.

Vediamo ora le tre storie femminili, particolarmente emblematiche a mio avviso di come l’emancipazione femminile senza coscienza della specificità di genere conduca la donna in una strada di infelicità ed autolesionismo.